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dimaco |
Devo rottamare il mutuo. La congiuntura impone che lo sostituisca prima che mi stritoli, e così mi sto dedicando ad un puttantour bancario.
Tra demoni dalle sembianze metà umane e metà varianti tra zoccoli caprini, capigliature serpiformi, becchi adunchi, canini sporgenti che sono gli emissari di Belzebù che dirigono le agenzie, ho faticosamente raccolto molteplici possibilità di suicidio indotto a rate.
Tra le diverse prospettive di visione dell'eternità, mi sono imbattuto in un direttore con riporto incluso, che con solerzia mi illustrò come le proposte per rovinarmi del suo Istituto fossero più convenienti delle altre.
Esaminò con cura i documenti, elaborò qualche calcolo, e mi spiegò qualcosa relativo ad alcuni nodi da risolvere sulla modalità di erogazione, sui quali era in attesa di chiarimenti da concordare.
“L'abbiamo AGENDATO con i colleghi”.
Dalle mie pupille alle sue il raggio inceneritore fece il bagliore del lampo. Capiva di aver detto qualcosa che mi aveva urtato, ma non riusciva a definire cosa.
Costui AGENDAVA, dunque. Sciorinava la sordida collezione di tecnicismi economici e, non pago del repertorio, la costellava di queste metastasi da scrivania.
Trovò un prospetto Euribor su Il Sole-24 Ore. Me lo indicò rapito, come l'alchimista scandisce le sillabe che trasformano i sassi in oro. Soddisfatto cercava un'intesa di sguardi, un segno di fiducia che la sua tabella filosofale avrebbe dovuto nei suoi intenti veicolare. Da me ebbe poco più che un borbottìo.
Concluse epigraficamente invitandomi alla consultazione di una più estesa brochure.
“Su questo ci dovremo AGENDARE la settimana prossima”.
Doveva aver colto l'adombrarsi del mio volto, il mio pallore, lo sguardo portatore di sgomento, poichè il suo sorriso di circostanza scemò in uno storcersi degli angoli della bocca.
Lo aveva detto di nuovo, maledetto. Aveva ancora dato sfogo al vizio osceno.
Repressi un rigurgito di livore, respirai profondamente, e subito provai un'infinita pena per quello sventurato. Un mutilato della comunicazione, che usa parole che non esistono per fuggire dall'insensatezza della sua posizione, e con un moncherino dialettico cerca di aggirare il mio disappunto sulla sostanza del suo discorso, che consiste nel chiedermi soldi per prestarmi soldi.
“E questo? Questo non lo consideriamo? Le condizioni che ci propone sembrano le migliori... Perchè gli hai tirato due righe sopra col pennarello rosso?” mi chiese mia moglie qualche sera dopo, mentre vagliavamo le offerte.
“Perchè non c'è sul vocabolario. Su nessuno. Ho cercato”. E lei glissò. Ben sapendo di essersi accompagnata a uno stordito.
La famiglia mi comunica: 1) hanno vinto i Jalisse; 2) la Tatangelo ce lo suca; 3) le esequie di Pippo Baudo si svolgeranno lunedì, in forma strettamente privata.
In TV c'è Il Festival di Sanremo. Sgomento e attonito, l'ho scoperto poco fa.
La sigla. Un triste clarinettista che aspirava a diventare l'erede di Benny Goodman sta intonando “Almeno tu nell'universo”. A seguire, colui che poteva essere il rimpiazzo di Malmsteen, suona “L'edera” su una chitarra inutilmente acustica.
Alla fine del siparietto appare, in cima alla scalinata, la salma di Pippo Baudo, sorretto da due fighe acefale. Egli le discende e condurrà l'evento dall'aldilà, tramite una medium.
Il mio festival, direi, termina qui. Fatemi sapere come è andata a finire. Ah, vince la Tatangelo, no?