Il ministro fa la ruota di pavone e dice "Abbiamo sventato un attentato brigatista".
Allora...
Due, forse tre anni di indagini. Per Alitalia e Telecom sarebbero bastati tre mesi, ma questo è un altro discorso.
Il "capo" viveva da latitante senza esserlo tra le montagne della Carnia, senza telefono, senza auto, senza lavoro. E senza reddito. Tipo Bin Laden ma morto de fame. A Milano quelli così li chiamano "barbùn".
L'ideologo è un oscuro travet di una ditta di trasporti.
L'armiere è un pluripregiudicato ex-galeotto politicizzatosi in carcere.
Il resto si compone di operai sfigati e delegati sindacali di scarso peso.
Lo strumento operativo è una bici-con-telecamera-e-microfono.
Le armi sono un paio di kalashnikov seppelliti nell'orto di uno di questi.
I bersagli erano Pietro Ichino, un giuslavorista da Costanzosciò, e la sede del quotidiano "Libero", che non necessita di ulteriori aggettivi.
Mettiamo le mani avanti: meglio dire che nessuno vuol sottovalutare le tragedie e i morti ammazzati che ci sono stati. Ma fare dei paragoni, beh, questo sì che è irrispettoso delle vittime: questa è una farsa.
Ecco, qui dietro più che un progetto politico io ci leggo una agghiacciante frustrazione, un senso di impotenza che prende alcuni disgraziati senza prospettive e li fa inventare "terroristi" e "rivoluzionari".
Attori senza pubblico di una recita fuori da una realtà che ne ha cancellato istanze e modalità.
La gente non si impressiona più per un sottosegretario sparato: c'è stata da un pezzo la mutazione genetica della coscienza collettiva, e nella bilancia del quotidiano la rata del mutuo ci angoscia molto di più delle ingiustizie e della violenza.
Come topi da laboratorio, questi sono stati costantemente monitorati in una crescita strettamente controllata, che gli ha permesso uno sviluppo che si è incanalato in alcuni ambiti obbligati (il sindacato, la fabbrica, le università), in una sorta di Truman Show che da qualche parte doveva portare. E poi, en passant, gli è stata data la connotazione di "movimentisti", e subito gli si sono attribuiti agganci con i NO-TAV.
Beccàti, ma che brave le forze dell'ordine!, proprio nel momento in cui stavano per concludere i loro propositi. Ed ecco qui pronti dei comodi brigatisti, che possono essere disinscatolati ed estratti alla bisogna.
Tipo quando si decide di ampliare ulteriormente una base americana zeppa di bombe atomiche sul nostro patrio suolo.
Tipo quando si prospetta un accordo tra Stato e sindacati per derubarci della pensione.
Tipo quando un capo di stato straniero pone vincoli ideologici al governo italiano su leggi che riguardano i diritti della persona.
Tipo adesso.
E allora daje! E la CGIL sgomenta s'indigna. E Bondi vuole "strappare le zone grigie in cui l'estremismo politico si raccorda col terrorismo". E chi invoca gli spettri degli anni settanta e vuole ridiscendere in trincea. La grancassa mediatica esplode assordante, da destra, da sinistra, da centro, non ti ci puoi sottrarre, non puoi scappare: "Le bierre, le bierre, son tornate le bierre!".
Immancabile, alla fine, la clownesca dichiarazione dell'ideologo: "Mi dichiaro prigioniero politico".
Mi dispiace, non puoi: non c'è più la politica. Non ci sono più prigionieri politici.
Al massimo, e li abbiamo votati, un bel po' di politici prigionieri.