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dimaco |
Ci sono, è vero, tanti sport in cui uno rischia di cagarsi in mano nel momento decisivo. Ma il più perfido di tutti è sicuramente il tennis. Anche ierlaltro un giovane bellimbusto dell'est, ricco di talento e di una Sharapova nel box solo per lui a guardarlo, si è clamorosamente autoevirato del titolo degli USOpen, giocando alla cazzo un totale di 7 (sette) set points contro uno dei più grandi ipnotizzatori della racchetta.
Da questa malattia si può anche non guarire mai. La memoria degli appassionati è satura di incompiuti, di nomi mai incisi su un trofeo importante. Di noi dilettanti questi sono i veri eroi, quelli che sacrificano una vittoria al “beau geste”.
Tralascio il furioso Safin (il principe infelice), o Santoro il giocoliere. L'omaggio va tutto al più elegante perdente del tennis moderno. Che proprio dopo questi USOpen si è ritirato definitivamente.
Tim Henman lascia un mondo che è cambiato, troppo cambiato per la sua arte.
Volava sull'erba di Wimbledon, Henman. E i giornalisti gli hanno sempre rinfacciato quella prima pagina che non hanno mai potuto pubblicare, il trionfo di un inglese a casa propria.
Mille colpi di fioretto non hanno mai tirato giù un muro. Troppa poca forza in quel servizio, troppo poco incisivi quegli approcci in slice di rovescio, troppo poco profondi i colpi al volo. Ricami fantastici, come fiocchi di neve nessuno uguale ad un altro, e nel mentre che tu stai lì ad ammirarne la complessità... ecco che arriva un teppista dall'altra parte della rete che ti tira una catenata che magari la pallina la spacca in due, o ti lascia un buco vicino al gesso della riga.
E troppo signore. Incapace di uccidere una partita. McEnroe, genio invasato, nemmeno lui picchiava, ma usava la racchetta come un bisturi e ti lasciava dissanguato in settanta minuti.
Henman accarezzava i match points come un bambino tocca una bolla di sapone. Con la stessa stretta in gola se li vedeva scoppiare davanti dopo averli costruiti e rimirati. Quando la paura di quel baratro ti prende. Boscia Tanjevic, il coach bosniaco di trent'anni di basket, così la identifica: “Quando culo mangia camicia”.
In quello che probabilmente è stato il suo ultimo incontro ufficiale, contro il nero francese Tsonga, ha ricevuto al termine minuti di battimani certamente non preconfezionati, e ai fotografi che gli si sono precipitati incontro ha detto: “Vi ringrazio, ma guardate che il vincitore è quell'altro”.
Ho avuto modo di vedere dal vivo un'unica volta Tim Henman, bastonato a Montecarlo dal ciabattino Zabaleta. Nell'impropria molle argilla del Country Club si ostinava in discese a rete impossibili, infilato senza pietà per quel centesimo di secondo di ritardo, quel millimetro di racchetta che mancava. Il pubblico capiva il senso di quel martirio, e quando finalmente di volée ne chiuse una, chirurgica, di rovescio, all'incrocio delle righe, l'applauso partì scrosciante e infinito, e quel volto si distese in un sorriso composto ma liberato. La faccia di un uomo sommessamente felice.