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dimaco |
Così tutti i giorni sfoglio nervosamente, pagina su pagina, il quotidiano governativo.
Leggo inquieto i titoli, sfrondo così gli articoli con una prima scrematura. Alla prima parola che non mi piace lascio, scarto, passo oltre.
Di alcuni leggo le prime righe, mi adonto per il contenuto, ma anche per la forma che lo svilisce.
Non lo faccio per fuggire i sofismi, anzi, al contrario, giornalisticamente questi pezzi non fanno una grinza: raccontano tragedie con poche parole. Io sono atterrito.
C'è sempre, in ogni sede, un caporedattore che filtra.
Ci sono le notizie di ampio rilievo, quelle che raccontano di particolari efferatezze con le quali puoi riempire le pagine della cronaca nazionale e diventano di pertinenza altrui e si trasformano in carogne di carta di cui cibarsi per giorni e giorni.
Per tutto il resto costui prende i morti e le schifezze che avanzano, ne fa un numero congruo di righe per ciascuna, e le proietta come spalla sull'edizione generica. In due capoversi racconta di vite interrotte, famiglie disgregate, drammi di sopraffazione e violenza quotidiana.
Non gliela faccio più a leggere di questi impersonali necrologi circostanziati, scappo verso altre pagine cercando conforti intellettuali o svago.
Sì, va decisamente meglio. Posso voltare la testa, dedicarmi alle disquisizioni di autori magari anche a me cari, o apprezzare le grandi firme dello sport.
Ci metto sempre meno tempo, ormai dieci minuti al massimo, e anestetizzato ripongo il giornale, con l'idea che io ormai non capisco più un cazzo di quello che mi sta succedendo intorno.
Sono diventato extraterrestre.